Anno Domini. L'Italia modifica l'ortografia della sua lingua

Tonino Caruso

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Ogni qualvolta ho accompagnato una classe o un gruppetto di ragazzi a visitare un monumento romano su cui era affissa un’epigrafe classica, al fine di sviscerarne la grammatica greca o latina e abituarli ad applicarne le regole al momento opportuno e laddove occorre, immancabilmente mi son trovato di fronte al caso seguente. La persona incaricata di leggere ad alta voce l’iscrizione non ha manifestato incertezze rilevanti nella lettura del testo letterario, pur non comprendendone magari appieno i nessi sintattici o interpretando un cognome moderno come sostantivo da cercare nel vocabolario scolastico! Ma giunta verso la fine, quando si tratta in genere di interpretare la datazione, ecco una breve esitazione. Di fronte - per esempio - ad un «Anno Domini MDCCIL» declama sicura: «Anno Domini...». Quindi un «Uhm!..» e per ultimo conclude, imboccando una comoda scorciatoia, con un pizzico d’ingenuità: «Insomma ... Mille settecento quaranta nove!». Il solo lavoro mentale effettuato è stato quello di aver ben interpretato i numerali romani e di averli tradotti in pratica informazione storico-cronologica, ma esprimendoli secondo la lingua italiana. Si dispensa dalla fatica di procedere nella lingua di Romolo, come invece andrebbe fatto: "[...] / refectionem anno millesimo septingentesimo undequinquagesimo inceptam / anno millesimo septingentesimo quinquagesimo secundo absolvit".
        Il riferimento specifico concerne l'epigrafe affissa sulle mura aureliane, accanto a Porta del Popolo e in corrispondenza della cappella Chigi della chiesa di S. Maria dall’omonimo titolo 'de populo' (= del popolo oppure del pioppo?), in cui il pontefice Benedetto XIV (Prospero Lambertini) informa i posteri di aver restaurato un lungo tratto delle mura, iniziando i lavori nel 1749 e terminandoli nel 1752.



Roma. Porta del Popolo. Epigrafe di Benedetto XIV
BENEDICTVS XIV P M /
MVRORVM VRBIS A PORTA OSTIENSI /
AD FLAMINIAM PORTAM /
VETVSTATE FATISCENTIVM /
REFECTIONEM ANNO MDCCIL INCOEPTAM /
ANNO MDCCLII ABSOLVIT
Il papa afferma di aver ricostruito parte di queste mura dal 1749 al 1752


Porta del Popolo vista da Piazzale Flaminio
Alcune sue iscrizioni




Porta del Popolo. Iscrizione di Pio IV.  
Sempre una delle prime ad essere trascritta dai miei alunni
Notare l'uso del greco arcaico nella gestione dei segni numerici romani
Pio IV Pontefice Massimo
Ampliò questa porta alle dimensioni attuali
Lastricò la Via Flaminia nel III anno [del suo pontificato]



Via Flaminia vista da Porta del Popolo. 
Osservare gli enormi battenti in legno, 
non più utilizzati con gli avvenimenti del 1870


          Ho pensato a questo episodio - tante volte ripetuto nel corso degli anni - esaminando un diploma del medesimo Benedetto XIV, del 1741, custodito nell’Archivio Segreto Vaticano. Non un manufatto lapideo o marmoreo, dunque, bensì un documento cartaceo,  uscito allora freschissimo dai torchi tipografici della Reverenda Camera Apostolica.  Impeccabile - a giudicare dai similari ad esso precedenti o contemporanei - e già pronto per la stampa; eppure giudicato bisognoso di numerose e radicali modifiche da qualcuno, che per noi rimarrà un semplice ed anonimo correttore di bozze. In linea di principio si deve supporre che l'impostazione dello schema sia da attribuirsi al compositore-tipografo e la correzione a persona diversa dall'autore del testo manoscritto; non si giustificherebbero infatti le trasformazioni che vedremo, se si fosse trattato del medesimo individuo in qualità di autore e di correttore.

           I numerali
Il compositore-tipografo, forse basandosi sull’uso a lui abituale nel citare documenti precedenti, aveva apposto questa data: ‘millesimo quingentesimo octogesimo septimo’. Suppongo che il tipografo abbia agito di sua iniziativa, per la ragione predetta. Resta però l’altra ipotesi: che l’autore del chirografo abbia pure suggerito lo schema, ma che non si identifica con il successivo correttore. Quest’ultimo dunque, intervenendo su ciò che a questo punto va definito ‘bozza di stampa’, marca con un tratto ad inchiostro nero la frase sviluppata in lettere surriferita, annotando a margine la sostituzione da apportare in cifre arabe: 1580! Ovviamente non si è accorto che nel testo vi era ancora un ‘septimo’, da lui non cassato e non calcolato nel conteggio totale, che corrisponde in realtà al 1587. Allo stato attuale non possiamo sapere se il tipografo abbia seguito questa correzione proposta nella bozza, perchè non ci  è pervenuta la stampa successiva e non è possibile alcun riscontro. Ma se lo avesse fatto, invece di aiutare il lettore nell’interpretazione della data in latino e renderla immediatamente percepibile con un colpo d’occhio ed evitandogli il complicato esercizio di scioglilingua, avrebbe in realtà reso più banale il documento pontificio a causa del grave errore  storico, ben più percepibile proprio in quanto scritto in cifre arabe. Quello citato è difatti un documento di Sisto V, eletto pontefice solo il 24 aprile 1585 e non avrebbe mai potuto promulgare un decreto nel 1580.
Si vuole con questo attribuire al correttore riferito la responsabilità di avere introdotto un uso, per cui gli alunni oggi si rifiutano – e non sono poi in grado - di leggere per esteso, con i dovuti aggettivi ordinali - concordati all’ablativo singolare maschile - le cifre di un anno, sia che fosse inciso in cifre romane, che nella forma araba corrente? Vi è di più.
Ovviamente corregge in cifre arabe anche l’anno in corso, alla fine dell’intero documento, cioè 1741, scritto anche questo – mi chiedo ancora una volta se per iniziativa del tipografo o per decisione di un precedente scrittore – in modo diverso da quello auspicato dal correttore: MDCCXLI. Modifica pure il giorno, scritto XV, cui egli sovrappone un ‘15’, più facilmente identificabile come ‘quindici’. In tal modo evita al lettore la preoccupazione se pronunciare ‘quintadecima’ o ‘quintodecimo’, cioè se ‘dies’ sia da considerare maschile o femminile. A tal proposito è davvero curioso come in questo genere di documenti (il fascio da me personalmente esaminato ne contiene 610, e ricopre il periodo compreso fra il 1667 e il 1856) si passi con tanta disinvoltura da una modalità all’altra - da maschile a femminile e viceversa - quasi a metter bene in rilievo che il precedente aveva operato una scelta erronea. Eppure venivano sempre stampati coi medesimi Typis Reverendæ Cameræ Apostolicæ. Uguale incertezza si osserva nella datazione degli Imprimatur e, prima ancora negli stessi incunaboli. Ma per casi a noi più prossimi, il femminile è ben marcato nell’imprimatur concesso a Parigi per i fascicoli del Dictionnaire de la Bible. Supplément negli anni 1950, mentre per una mia richiesta orale di chiarimento su questa materia ad un amico latinista pontificio, mi sentii rispondere con stizza, come se fosse in polemica ed in collera contro qualcuno: ‘ maschile’!
Quanto al nome del mese, si ricorre al semplice genitivo, ‘Septembris’, sottintendendo il sostantivo ‘mensis’, evitando il fastidio una seconda volta di una scelta d’accordo, benché cosa di poco rilievo in questo caso, poiché invariata è la desinenza fra maschile e femminile.
Fin qui bisogna notare che il correttore preferisce le cifre arabe, sia per semplificare l’intera espressione in lettere difficoltosa da pronunciare e impossibile da formulare se non si conosce l’intero sistema numerale latino, sia per evitare le cifre romane, che impongono numerose perplessità. Ma la sua preoccupazione sarà stata senz’altro quella di attribuire maggior efficacia al documento pontificio.

          La lettera iniziale
In secondo luogo opera una revisione dell’intero testo, creando una novità assoluta in questo genere di documenti, che si direbbe anche coraggiosa. Da premettere che non c’è differenza fra prima e seconda colonna, come sarà invece per i segni di interpunzione, che vedremo più oltre. È sempre sollecito ed esaustivo in ambedue. Opera la riduzione in minuscolo della iniziale dei seguenti aggettivi aventi la maiuscola nella stampa: 
Christiana, Divinus, Cœlestius, Sacris,  Omnipotentis, Secundo, Tertio, Ecclesiasticis. Così pure i sostantivi: Cultus, Indulgentia, Votis, Imaginem, Animarum, Confratrum, Filiorum, Officialium, Supellectilibus, Privilegia, Anno, Sententiis, Censuris, Jure, Altaria, Annulo, Ecclesia (nel senso di edificio, eccetto in un caso, sfuggito per distrazione), Terra (nel senso di ampio circondario abitato).
D’altra parte corregge in maiuscolo l’aggettivo Noster se riferito al pontefice (plurale maiestatico), ma nei casi in cui interviene deve trattarsi di refuso del tipografo poichè altre volte era già stampato in maiuscolo; dunque si era incorso in un refuso causato da distrazione al momento della composizione. Una ‘v’ minuscula, in altri documenti analoghi scritta abitualmente come ‘u’, viene da lui corretta in ‘v’, se indica la consonante: corregge ‘devotorum’ al posto di  ‘deuotorum’. Anche per questo si tratta però di refuso, poichè tale grafia era qui già stata adoperata in maniera costante per: verum, vel, revera, novo, Ludovici e altri.

Compendi ed abbreviazioni
Utilissimo il suggerimento di sviluppare alcune abbreviazioni come ‘consequen’ in ‘consequendum’, una sola occorrenza. Mentre per il ‘facieu’, anche questo un hapax, deve innanzitutto intervenire per sostituire la ‘u’ in ‘n’: si tratta in fondo dello stesso segno posizionato a testa in giù e che nella composizione manuale veniva interscambiato molto spesso. Ma anche qui poi preferisce che si sviluppi in ‘facientibus’, piuttosto che lasciarlo abbreviato. Di contra lascia invariato il ‘fel. record.’ e ‘fel. rec.’ di ‘felicis recordationis’, due hapax rispettivamente.

Segni d’interpunzione
Per questo aspetto, circa i suoi interventi, bisogna far netta distinzione fra la prima e seconda colonna, poiché solo nella prima è preciso ed esaustivo. Elimina  la virgola prima di una ‘e’ congiunzione e del –que enclitico. Nella prima colonna lo suggerisce in 18 occorrenze, mentre lascia invariata questa virgola  (volontariamente o per svista?) in 9 casi, sul totale di 27 occorrenze. Nella seconda colonna sembra meno intransigente: per 20 casi non la corregge e solo per 5 ne impone l’eliminazione. Confidando forse nella sagacia del tipografo, che da se stesso individuasse i casi analoghi contemplati e operasse di conseguenza. Se l’ha corretta 23 volte, significa che evidentemente intendeva correggerla in tutti gli altri casi,
Tuttavia va notato che la regola precedente – della virgola da apporre in ogni caso prima della congiunzione ‘e’,  si è protratta fino a tempi recentissimi presso di noi.
Quanto all’enfatico ‘ac’ propone di eliminare la virgola che precede la particella, ma corregge solo in un caso, non nel secondo, fra le due occorrenze della prima colonna; mentre non ne suggerisce l’eliminazione in nessuna delle tre occorrenze della seconda colonna. Anche qui fiducia nel tipografo? Diligentissimo invece, anche per questa seconda colonna, nella correzione di iniziale maiuscola in minuscola, oltre ad altri refusi reali, sui generis, quali ‘Romanos Pontifices’ invece di ‘Romanus Pontifices’ o ‘non obstantibus’ per ‘non ostantibus’.
In un caso decide che vadano aggiunte le virgole; considerando come inciso: ‘itidem Predecessorem Nostrum’, attributo di Sisto V, che il tipografo aveva lasciato senza alcun segno ortografico, ritenendo non incidentale l’espressione. In un altro caso la inserisce fra ‘Pontifices’ e ‘Prædecessores’, facendo memoria della tradizione: Romanos Pontifices, Prædecessores Nostros’.

Quantità vocalica
Non osa ancora proporre l’abolizione del segno della lunga. Conserva in tal modo ‘à’ unito all’ablativo e gli avverbi ‘aliàs’, ‘tantùm’, ‘infrà’, ‘tàm’, ‘quàm’. Tuttavia da ‘seriè’, è già eliminato nella stampa in cui compare come ‘serie’, da ‘supèr’, già stampato semplicemente ‘super’ e da ‘humilitèr’ stampato ‘humiliter’.
Si tratta di un testo in latino e non italiano, nonostante il titolo in volgare, stilato nella Curia romana, stampato nella Roma dello Stato Pontificio e non nel resto del territorio italiano. Si sta mutuando una modalità già adottata altrove o si sta creando una novità? Pur dovendosi osservare un certa fluidità nei vari periodi, bisogna riconoscere che per un testo religioso/canonico di questo genere si introduce un principio di novità.

Natura del documento
Ed eccoci alla modifica più sostanziale, questa volta di forma canonica, poichè si tratta di modificare o almeno sfumare la natura del documento. Lo stampatore aveva creato un testo in cima al foglio, centrato e in italiano, di cui rispetto sticometria e grafia:

BREVE /
DELLA SANTITÀ DI NOSTRO SIGNORE /
PAPA BENEDETTO XIV. /
In cui conferma, et quatenus opus sit, concede alla nuova Chiesa del SS. NOME DI MARIA, /
e S. Bernardo tutte le indulgenze, concesse dalla santa memoria di Sisto V., /
e confermate dalla santa memoria d'Innocenzo XII all'anticha chiesa, /
con dichiarare Privileggiati (sic) tutti gl'Altari eretti, e da erigersi /
nella medesima, com'erano i tre Altari della detta /
antica Chiesa.

(qui a centro lo stemma pontificio)

BENEDICTUS PAPA XIV. /
Ad perpetuam rei memoriam.

Quindi segue, in lingua latina e a paragrafo giustificato, il testo del documento, con incipit, ‘Pietatis, et christianæ’.
A parte la soppressione della virgola prima della congiunzione ‘et’, come già visto, l’incipit resta immutato, insieme a tutto il contenuto successivo.

Sequitur


SCRIPTORIVM ARGENTANVM


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Depositato


Lo ex libris

        I numerosi fasci dell'ASV, provenienti dall'antico Fondo della Congregazione del Concilio, testimoniano sulla realtà di tutte quelle regioni del mondo in cui è stata in qualche modo presente l'azione diplomatica della Sede Apostolica. Vi è descritto il territorio, secondo la visione dei Presuli, che si portavano a Roma per compiere la Visitatio ad limina Apostolorum.
Il 20 dicembre 1585 Sisto V aveva stabilito che i vescovi la compissero a scadenza regolare, presentando nel contempo una dettagliata relazione concernente lo Status Ecclesiae, cioè la descrizione della propria diocesi. Per l'Italia e isole maggiori, Corsica compresa, la scadenza era triennale; per il resto d'Europa quadriennale; per le regioni più distanti quinquennale; per le Americhe, infine, decennale.
La serie proseguì fino ai tempi recenti, finché il 31 dicembre 1909 la Congregatio Consistorialis stabilì che, a partire dal 1 gennaio 1911, le visite ad limina avrebbero dovuto avere scadenza quinquennale, iniziando una nuova serie (cfr A remotissima, AAS, 1/2 (1910), 13-16). Per l’Italia rimaneva l’obbligo che venisse compiuta nel primo anno del quinquennio.
L'atto materiale necessario a preparare le relazioni della originaria Ecclesia Sancti Marci, in Regno Neapolitano, mi suggerì il titolo per un'opera dei nostri giorni: Scriptorium Argentanum, a memoria del nome assunto dalla città che ne ospita la sede dopo l'unità d'Italia: San Marco Argentano.
Era l'aprile 1997.
In particolare decisi di utilizzare quel titolo quale testata di una collana editoriale, immediatamente concretizzatasi con il volume Il sinodo di Teodoro Fantoni (Roma 2006), i cui Atti erano stati di certo composti esattamente in quello Scriptorium, nel 1665.
Precedentemente, verso la metà degli anni ’80 avevo pensato al motto Liber Labor. Una consultazione in rete, più volte ripetuta, dava zero risultati; ancor più nuova e unica risultò ovviamente l’associazione delle due frasi e infine l’ultimo dato più importante cioè l’aggiunta dell’immagine composita e i colori. Quel motto è inesistente pure fra gli ex libris, secondo la verifica fatta nell’opera in tre volumi dedicati al soggetto di Egisto Bragaglia e che ho spulciato più volte nel corso degli anni per accertarmi che non vi fosse già: Gli ex-libris italiani dalle origini all’Ottocento, I, Milano 1993, 531-546, mentre io l’avevo adottato da tempo per la mia bibliotechina.
Sembrerebbe incredibile che nessuno avesse pensato ad esprimere in un ex-libris questa duplice idea di lavoro (Labor, appunto) legato al libro, che a me dà tante suggestioni. In primo luogo il concetto di fatica, in secondo luogo l’idea di fonte di sussistenza. Infatti nel primo caso si vuol ribadire che realizzare un libro costa gran fatica. Basti considerare pure una sola delle sue varie fasi oppure abbracciarle tutte insieme: ideare il libro, scriverne il contenuto, impaginarlo, adattarvi gli accorgimenti più accattivanti, infine farlo stampare e quindi preoccuparsi della distribuzione.
Il secondo aspetto insito nel termine ‘Labor’ è più usuale e positivo cioè il libro come fonte di guadagno. Qui non intendevo tanto il commercio dei volumi, ma la cura della biblioteca. Il libro custodito in un insieme e disponibile per il pubblico necessita di tante cure che esige un impiego (altro senso di lavoro): dal libro il bibliotecario trae da vivere. Successivamente mi son trovato per caso a sperimentare personalmente ambedue le forme di Labor! Al momento di concepire il logo pensavo piuttosto solo alla prima. l’azione di stampare o applicare timbri e sigilli mi ha sempre affascinato.

Questa serie, con 9 volumi in progetto, si propone di pubblicare testi analoghi, con medesimo taglio filologico, di cui si sta già curando l'edizione. Prossimamente vedrà la luce:
Il sinodo diocesano di Antonino Papa, vescovo di San Marco (1687)  
Il sinodo diocesano di Giovanni Battista di Costanzo, vescovo di Cosenza (1592)
Le relazioni ad limina di San Marco (1588-1931).


Documenta Ecclesiae S. Marci

     Dal 1818 la diocesi fu denominata San Marco e Bisignano, in seguito all’accorpamento aeque principaliter, stabilito da Pio VII, con la confinante Bisignano.
Si prevede inoltre la diffusione cartacea del catalogo – cosa ovvia -  dello Archivio storico diocesano di San Marco Argentano, per ora in fase di allestimento e non usufruibile nella sua interezza, per cui ho immaginato l'acronimo ASDA, anch'esso già verificato sul campo da diversi anni.
In teoria è pure pronto il catalogo delle Autentiche delle reliquie. Son tutte cartacee e testimoniano circa le reliquie custodite negli antichi Sacrari; le ho già ordinate ed è accertata la loro data iniziale: 1670 la prima. Nello schema da compilare in vista dello status ecclesiae il vescovo era tenuto a dichiarare se nella sua chiesa (in pratica la cattedrale) vi fossero delle reliquie e se fossero conservate degnamente per la opportuna venerazione dei fedeli. La professione di fede post-tridentina, detta di Pio IV, che continuava il testo del credo Niceno-Costantinopolitano, contemplava fra l’altro:
«Similiter, et Sanctos una cum Christo regnantes uenerandos, atque inuocandos esse, eosque orationes Deo, pro Nobis offerre, atque eorum reliquias esse uenerandas firmissimè assero». 
Anche lo schema per i testimoni al momento dell’elezione del vescovo prevedeva la domanda circa le reliquie. Per l’elezione di Giovanni Battista Indelli il 15 maggio 1624 si chiedeva: “An ibidem (cioè in cattedrale) sint reliquię Sanctorum, quorum, et an decenter asserventur”.
Il canonico sammarchese Maurizio Pintibona, secondo testimone, rispose: “Io so che in detta Chiesa vi sono molte reliquie di Santi quale si conservano decentemente delle quali parte si conservano in certe cassette d’argento e parte in una cassetta e tra l’altre vi è un braccio di Santo Hipolito delle reliquie di Nereo e delli Capelli della Beatissima Vergine e altre e questo io lo so per haverle viste”.
La formula del giuramento veniva professata dal vescovo eletto, nelle mani del cardinale referente, prima della sua consacrazione episcopale. Le reliquie di San Marco furono dunque variamente elencate, durante i secoli, dai rispettivi vescovi. Circa la loro presenza e valore si oscilla fra l'enfatizzazione a scopo di gloria e il minimalismo (che preferirei definire taphia) per timore di violazioni o furti. Andrebbe attualmente effettuato un paziente lavoro di identificazione e comparazione fra le reliquie realmente possedute, spesso minuscole e con cartigli deteriorati, e quelle descritte nelle suddette Autentiche.
Infine l'elenco dei cimeli museali, assemblati in unica sede, precisamente nella chiesa di S. Giovanni Battista, detta degli Amalfitani. Questa chiesa è sempre descritta come una delle tre (S. Caterina e S. Maria dell'Ilice o dei Longobardi, le altre due) esistenti all'interno delle mura cittadine, ma spesso inagibile a causa di naturali infiltrazioni d'acqua delle sorgenti sottostanti. Ne era titolare l'arcidiacono, cioè la prima dignità ecclesiastica, cui precedeva solo la pontificale. Il presule Felice Greco nel 1834 l'aveva destinata a sede della seconda parrocchia, ottenuta discorpando il territorio della prima ed unica cura animarum, con sede in cattedrale, affidata al capitolo da Coriolano Martirano, secondo la nota del 26 febbraio 1686 di Antonino Papa, il quale  afferma:
«Cura animarum fuit huic capitulo annexa ab Episcopo Coriolano Marturano (sic) quemadmodum enumeratur in actis Sanctæ Visitationis de anno 1591 fol[io] 20. Exercetur per solum Cappellanum nominari solitum a Capitulo, et confirmari ab Episcopo pro tempore. Pro stipendio aliud non habet quam modios quindecim frumenti, et Jus Stolæ in exequijs defunctorum; quod totum uix ascendit ad ducatos annuos duodecim». 
Dunque la cura animarum ebbe sede sempre nella cattedrale, con fonte battesimale, naturalmente. Per semplice curiosità basta notare che nella vicina Bisignano vi furono al contrario sempre numerose curae animarum, ben nove parrocchie nella sola città, benchè il fonte fosse unico solo in cattedrale.
La notizia dello smembramento del territorio in San Marco e della creazione della seconda parrocchia ci è tramandata dal vescovo Mariano Marsico, il quale il 16 luglio 1846 scrive:
«S. Marci Civitas in clivi montis posita, et quasi in medio situata, habens circum circa Ecclesias minores sicut novellæ Olivarum in circuitu mensę suę; Animas continet fere quatuor millia quarum cura fuit penes Capitulum usque ad annum 1834. sed ex tunc, justis de causis a meo Prędecessore traditę fuere Parocho proprio in Ecclesia Parochiali S. Joannis Baptistę excolendas ibique fons baptismalis, SS. Eucharistię Sacramentum, et Sacra Olea honorifice asservantur. Ad majorem vero commoditatem Parochianorum, jam dictę Parochię adnexa fuit Ecclesia S. Marię in qua SS. Sacramentum asservatur, et sacra peraguntur singulis Dominicis, diebusque festivis ; quęquę ambæ sunt congruis utensilibus ornatæ».
Nel 1834 Felice Greco aveva istituito, per giuste cause, una seconda parrocchia nella chiesa di S. Giovanni Battista degli Amalfitani, beneficio dell’arcidiacono. Non fu lui stesso a dar la notizia in Congregazione del Concilio, perché dopo quella data non presentò alcuna Relatio Dioecesis. Lo fece il successore, Mariano Marsico, che scrisse dodici anni dopo.
A causa della fatiscenza di S. Giovanni Battista, perennemente soggetta alle infiltrazioni d’acqua proveniente dal monte della Conicella e passando per l’attuale p.za Umberto I, fu deciso in epoca recente (fine decennio 1950), di trasferire il titolo parrocchiale nella chiesa di S. Marco Evangelista, chiesa patronale sempre dichiarata extra moenia. Il titolo parrocchiale di S. Giovanni Battista, rimasto tale, con ufficiatura nella chiesa di S. Marco Evangelista (vulgo Santo Marco).
Infine, in seguito alla massiccia opera di recupero e restauro di antichi luoghi di culto, promossa negli anni 1980 da Mons. Augusto Lauro, il locale di S. Giovanni Battista fu destinato a sede del Museo diocesano nel frattempo costituito. Vi si possono ammirare antichi e preziosi pezzi sacri: effigie di santi, reliquiari, come pure suppellettile di natura cultuale: calici, pissidi, ostensori, croci, candelieri, turiboli, secchielli per acqua benedetta.
Anche di Relazioni ad limina (più precisamente Relationes dioecesium) concernenti altre diocesi circonvicine si pubblicherà almeno lo spoglio completo, quale frutto del mio lavoro di riordino eseguito nell'ASV qualche anno fa. Interesserà non solo la storia ecclesiastica in genere, ma i singoli Comuni e le Associazioni culturali per i loro aspetti sociali e finanche folclorici, soprattutto quando la diocesi cui si riferiscono non esiste più, almeno in quella forma, perchè accorpata o soppressa, in seguito alla costituzione di Pio VII, d’intesa con il Regno di Napoli nel 1818.

Metodologia
   Di taglio filologico e monografico, il più possibile. Quanto a trascrizione del testo, si ha cura di sviluppare qualunque abbreviazione o compendio, in modo da permetterne la lettura anche ai non specialisti. Spesso si integrano anche formule curiali, che per esser tanto note a scrittori e lettori allora contemporanei, venivano facilmente supposte e sostituite con un comodo "&c", ma difficilmente immaginabili per la prassi giuridica e l'uso dei nostri giorni. Tali integrazioni son comunque racchiuse in parentesi quadre e restano ben riconoscibili. E circa l'ortografia si rispetta l'uso del tempo; innanzitutto la distinzione fra i dittonghi di quella più comune (es. Ecclesiæ) a quella cedigliata (es. Catholicę); quindi la v/u consonante/vocale (es. conuersionem) e le vocali in fine di parola, spesso accentate ad indicare una sillaba lunga (es. iuxtà). Si offre traduzione italiana e qualche breve commento, lasciando agli storici il compito di sviluppare il lavoro successivo.


  sequitur

Il baldacchino in S. Pietro di Gian Lorenzo Bernini e i baldacchini di Teodoro Fantoni: visita ad limina e rendicontazione diocesana

T. Caruso, Il sinodo di Teodoro Fantoni, Roma 2006, p. li-lii; 124-125; lii-liv 
(20 novembre 2010)

Quel baldacchino bronzeo della basilica di S. Pietro, che Gian Lorenzo Bernini aveva eretto sulla memoria del principe degli Apostoli, chissà quante volte sarà stato visitato e ammirato da Teodoro Fantoni, quando era abate in S. Maria della Pace, nei pressi del Pantheon di Roma. Da ciò la sua premura nel sottolineare la presenza d’un baldacchino nella cattedrale di San Marco e la sollecitudine di crearne lui stesso uno dove mancava, quando nel 1652 fu eletto vescovo di quella chiesa. Beninteso! Diversa n’era la struttura, d’altra natura l’importanza artistica, leggermente differente anche la funzione, ma pur sempre essenziale ed indispensabile ritenuta la sua presenza.
Il baldacchino
La fatica del Bernini nell’erigere quello della basilica vaticana era durata diversi anni: nel 1629 uno scrittore borgognone dava alle stampe un poemetto, in cui esprimeva i più grandi elogi per quelle colonne già visibili in loco da qualche anno, decantandole in un misto fra il più alto senso mitologico e la più ancestrale devozione religiosa; I. G. Vernerey, Urbano VIII Pontifici Optimo Maximo erectis Aeneis columnis Non plus ultra. Ioannes Gvillelmus Vernerey Burgundus, sacrum dicat elogium, Romæ 1629. L’insistente riferimento ai confini dell’orbe conosciuto nell’antichità e le allusioni al capolavoro religioso elevato da Salomone in Gerusalemme, conferiscono alla concezione del Bernini una particolare grandezza e dignità quanto ad ispirazione, ma dichiarata immediatamente ineguagliabile e superiore a tutte le precedenti: Non plus ultra.
 Finalmente l’opera fu inaugurata in occasione del 29 giugno – festa di S. Pietro e Paolo - del 1633, alla presenza di Urbano VIII – Barberini - già sul soglio pontificio da 10 anni: colonne interamente di bronzo, brunito nel fondo e dorato nei rilievi, dalla linea dinamica, anziché statica; tortili, appunto, seguendo il movimento che poteva ancora ammirarsi nelle undici superstiti della antica Pergula della basilica costantiniana, di cui otto Bernini aveva usato per ornare le nicchie delle reliquie realizzate nei mastodontici pilastri della crociera. Magnificamente ornate di motivi vegetali, floreali, faunistici, dai simboli pontifici, particolarmente dall’ordinata triade dei melliferi insetti, che ‘scioglieranno le righe’ soltanto il 29 luglio 1644, come testimonia il monumento funebre del pontefice.
Ecco come l’oratoriano francese Nicolas Bralion a Parigi nel 1669 descrive la magnificenza dell’opera e la munificenza del committente:

«Or ce grand & genereux pape a rendu ce maistre autel de S. Pierre, le plus beau & le plus auguste qui se soit iamais veu, par vne machine d’vn rare & pretieux metail qui l’enuironne & qui le couure. Elle est composée de quatre grandes colonnes d’vne prodigieuse hauteur d’vn grand daiz auec ses pentes, si artistement faites & trauaillées, qu’elles semblent estre d’étofe; de quatre figures d’anges beaucoup plus grandes que nature, qui sont dessus ces colonnes; & enfin d’vne couronne à quatre branches (dont chacune est embrassée de l’vn de ces anges en bas) lesquelles des quatre angles du daiz, duquel le bord fait comme le cercle de la couronne, vont se ioindre en diminuant par enhaut, & s’vnissent à vn globe sur lequel il y a vne croix. Sur le daiz au milieu du bord, tant de la partie de deuant, que de celle de derriere, il y a deux figures d’anges de stature enfantine, qui soustiennent vne thiare papale, & les clefs de S. Pierre; & au milieu de deux autres bords il y a en a de chaque costé vn qui tient l’espée de S. Paul. Les pieds d’estail des colonnes sont de marbre blanc, & le deux faces exterieures de chacun son remplies des armes d’Vrbain VIII, qui sont celles de l’illustre famille des Barberins dont il estoit. Les colonnes sont composées de trois pieces l’vn sur l’autre d’vne si extraordinaire grosseur, que veuës separément hors du lieu où elles sont, ainsi que ie les vis auant qu’elles y fussent, on les iugeroit plus propres à faire des tours que des colonnes; aussi vn homme porroit-il facilement monter du bas en haut par le dedans. et si cette somptueuse machine estoit sur vne place moins vaste que le centre de ce grand temple, & sous vne voûte moins esleuée que celle de son grand dome, elle paroistroit plustost vne forteresse, que l’ornement d’vn autel. Mais elle est dans vne si parfaite proportion à la maiesté de l’vn & de l’autre, qu’il ne se peut rien voir de plus beau & de plus agreable. La couleur de son metail n’est ny jaune clair comme la cuiure, ny verdastre comme la bronze, mais comme entre ces deux, & comme bruny & quasi semblable à ce que nous appellons feüille morte. or bien qu’elle soit d’vne grandeur & grosseur telle que nous la venon de representer; le dessein & la fonte en ont esté faits auec tant d’art & d’ornemens, qu’elle paroist legere & delicate. Car outre que le corps des colonnes va tourna[n]t depuis là bas iusqu’en haut en façon de vice, & que leur premiere  & plus basse partie des trois dont elles sont composées est canelée en façon de lignes spirales le reste de leur hauteur, & de leurs chapiteaux sont enioliuez & couuerts de diuers rameaux de laurier & d’oliue tournoyants, sur lesquels il y a de petites figures d’enfants qui se iouënt, & des abeilles qui voltigent. dauantage, non seulement ces mesmes colonnes, mais tout le reste de la machine, auec ses figures & ornements, est releué par des filets d’or qui courent par tout, & donnent des iours & vn éclat bien plus noble & agreable qu’il ne seroit si tout estoit doré. le dessein & le modele de cette admirable machine furent faits par le Caualier Jean Laurent Bernino florentin peintre & architecte d’Vrbain VIII. & la fonte par Gregoire de Rossi Romain. Quant à la matiere, ce pretieux metail fut pris du haut du portique du pantheon», cfr T. Caruso, Il sinodo di Teodoro Fantoni, Roma 2006, p. LII-LIV; e la traduzione: 
Ora questo grande e generoso papa ha reso questo altare maggiore di S. Pietro il più bello e il più eccelso che sia mai stato visto, con un complesso d’un raro e prezioso metallo che lo circonda e lo copre. Composto da quattro grandi colonne d’una altezza prodigiosa d’una grande  alcova con i suoi (pannelli) pendenti,c così artisticamente fatti e lavorati da sembrare esser di stoffa: quattro figure angeliche molto più grandi del naturale, che sono al di sopra di queste colonne e infine una corona di quattro rami (retto al basso ognuno da uno di questi angeli) i quali dai quattro angoli dell’alcova, il cui bordo costituisce quasi il diadema della corona, vanno a congiungersi diminuendo verso l’alto e si uniscono ad un globo sul quale vi è una croce. Sopra l’alcova in mezzo al bordo sia davanti che da dietro vi sono due figure di angeli d’aspetto infantile che sorreggono una tiara papale e le chiavi di S. Pietro, mentre al centro degli altri due bordi ve n’è un altro da ciascun lato che sostengono la spada di S. Paolo.
I piedistalli delle colonne sono di marmo bianco e le due facciate esterne de ciascuno sono piene degli emblemi di Urbano VIII, cioè quelle dell’illustre famiglia dei Barberini cui egli apparteneva. Le colonne sono composte da tre sezioni sovrapposte l’una sull’altra d’une grandezza tanto straordinaria, che se  viste separatamente  in altro luogo da dove sono attualmente, come io le ho viste, prima che vi fossero collocate, le si crederebbe piuttosto a svolgere funzione di torri che di colonna. Un uomo potrebbe facilmente salirvi dal basso verso l’alto muovendosi all’interno e se questa sontuosa macchina fosse su una piazza meno vasta del centro di questo grande tempio, e sotto una volta meno alta di quella della sua cupola, sembrerebbe piuttosto un fortezza, che l’ornamento di un altare. Ma essa si trova in una così perfetta proporzione in relazione all’una e all’altra, che non si può osservar nulla di più bello e di più gradevole.
Il colore del suo metallo non è né giallo chiaro come il rame, né verdastro come il bronzo, ma come qualcosa di mezzo a questi due, quasi brunito e simile a ciò che da noi si dice foglia-morta. Benché sia di tale grandezza e grossezza come noi l’abbiamo appena descritta, la concezione e la fusione si basano su tanta arte e ornamenti, da sembrare leggera e sottile. Poiché oltre al fatto che il corpo delle colonne va attorcigliandosi dal basso verso l’alto a mo’ di vite, e che la prima parte più bassa delle tre di cui sono composte è scanalata a modo di linee spirali, il resto della loro altezza e i loro capitelli sono impreziositi e coperti da diversi rami di alloro e olivo attorcigliati, sui quali vi sono delle piccole figure di bimbi che si divertono e delle api che svolazzano, Inoltre, non soltanto queste medesime colonne, ma tutto il resto della struttura unitamente alle sue figure e ornamenti è marcata da fili d’oro che corrono dappertutto e danno delle luci e un riflesso molto più nobile e gradevole che non se fosse tutto dorato. La concezione e il modello di questa ammirabile struttura furono prodotti dal cavaliere Giovanni Lorenzo Bernini fiorentino pittore e architetto di Urbano VIII. e la fusione realizzata da Gregorio de’ Rossi romano. Quanto alla materia, questo prezioso metallo fu estratto dall’alto del portico del Pantheon.

Sin dal momento della committenza il papa aveva raccomandato al Bernini che, nello scavo per fondare queste colonne, non si avvicinasse troppo, onde scongiurare qualunque rischio di profanazione della sacra memoria apostolica, in pratica la tomba terragna dell’apostolo Pietro.
I festeggiamenti furono solennissimi e i visitatori che poterono ammirare il monumento lo descriveranno con i termini più variegati: machina, mole, daiz, alcova, baldaquin.
Insomma la principale istanza della normativa Tridentina - protezione della mensa dell’altare da corpi estranei provenienti dai soffitti - era stata qui di gran lunga superata e ampliata all’estremo. L’altare papale del Vaticano costituiva un celeberrimo monumento dal materiale solido, diligentemente lavorato, un gioiello artistico, che mentre proteggeva e sublimava l’ara sopraelevata, esprimeva la venerazione da tributare al terreno sottostante. Ormai non più riducibile, questo, soltanto all’antica fossa in cui era stato deposto il corpo dell’apostolo, ma  all’insieme di molteplici testimonianze dei secoli successivi, traccia indelebile dei pellegrini che avevano visitato le sue reliquie fino ai tre altari pontifici, punto centrale cui far convergere - quale forza centripeta - tutte le energie dell’orbe cattolico, cioè i Limina Apostolorum.
Il 20 dicembre 1585 Sisto V aveva obbligato a tale visita tutti i pastori del mondo a lui soggetti, con cadenza triennale per quelli italiani. Il 22 gennaio 1587, con la creazione delle 15 congregazioni cardinalizie, a ciascuna delle quali aveva affidato un particolare campo amministrativo, obbligava ancora ogni vescovo ad una dettagliata rendicontazione della propria diocesi.
In ottemperanza a queste disposizioni, Fantoni compie la prima visita e presenta la sua relazione il 10 marzo 1656, esattamente a tre anni di distanza dalla sua presa di possesso. Non si pronuncia sui baldacchini. Mala tempora! Come si vedrà dalle successive relazioni.
Nella seconda visita, il 4 novembre 1659, invece scrive a proposito della cattedrale:  
«In particulari sacello à latere Epistolę est erectum Altare pro Sanctissimo Eucharistię Sacramento in Tabernaculo ligneo, foris deaurato intus vero sericeo panno rubei coloris cooperto, cum suo conopeo, et baldachino omni qua decet magnificentia asservato», cfr Il sinodo di Teodoro Fantoni, op. cit., 159;
In una cappella a sé, a destra entrando, vi è l’altare per il santissimo sacramento dell’Eucarestia nel tabernacolo di legno, dorato all’esterno, foderato all’interno da tessuto di seta rossa, con il suo conopeo, e con il baldacchino, custodito con tutta la magnificenza dovuta.
Son trascorsi sei anni dalla sua elezione e si è preoccupato di munire il tabernacolo dell’altare del Sacramento dell’Eucarestia di un adeguato baldacchino, per una migliore e più decente custodia. Dal momento in cui non ne aveva parlato prima, questa premura deve essere attribuita alla sua sensibilità.

Similmente nella relazione del 15 aprile 1665 può rassicurare i cardinali, che il tabernacolo è sull’altare di una cappella apposita, a destra entrando, protetto dal conopeo dai colori liturgici per ogni tempo - dunque quattro - e che lo sovrasta un baldacchino di seta rosso e bianco:
«Sanctissimum Eucaristię sacramentum non tenetur in Altari Maiori, sed ad pręscriptum Ceremonialis Romani reponitur in particulari Cappella ad hunc effectum in cornu Epistolę ędificata, quę est caput parvę navis lateralis, columnis marmoreis clausa. Tabernaculum est ligneum, sed de foris columnis, et statuis hornatum, totumque deauratum, intus verò drappo ex auro texto coopertum cum suo conopeo coloris pro qualitate festorum occurrentium respectivè convenientis, et supra habet Baldacchinum, ex panno serico rubeo, et albo», cfr Il sinodo di Teodoro Fantoni, op. cit., 165;
Il santissimo sacramento dell’Eucarestia non si conserva all’altare maggiore, ma secondo il dettato del Cerimoniale romano, è riposto in una cappella a sé espressamente predisposta, costruita a destra entrando, che è il fondo di una navata laterale minore delimitate da colonnine di marmo. Il tabernacolo è di legno, ma all’esterno è adornato di colonnine e statuette, interamente dorato; all’interno invece rivestito da un drappo intessuto d’oro con il rispettivo conopeo del colore conveniente,  secondo le varie festività occorrenti. Al di sopra vi è il baldacchino, di stoffa di seta, di colore rosso e bianco.
Nell’ultima sua relazione, del 30 novembre 1680, invece ricorda un particolare ancor più interessante. Al suo arrivo in diocesi aveva trovato un baldacchino sul trono vescovile, ma era di colori misti e atto a servire per tutto l’anno; volendo differenziare le varie solennità, egli invece ne fece fabbricare due di colori distinti: uno violaceo per i tempi forti di quaresima e avvento, l’altro bianco da utilizzare per la maggior parte dell’anno.
«Unum tantum Baldachinum mixti coloris pro Sede Episcopali inveni, et ideo non poterat mutari in coloribus iuxtà ritum Sanctę Ecclesię, hinc pro solemnibus festis unum fieri feci de damasco albo, et pro quadragesima, et adventu alium similiter de damasco violaceo. Alia duo paramenta completa de eadem materia scilicet planetas, et dalmaticas. Unum albi coloris, et alterum violacei coloris fieri feci. Quinque pluvialia alba, et unum rubeum, et multas alias planetas pro missis Conventualibus diversorum colorum, non solum prout maiorem gloriam Dei decebat. Tandem Baldacchinum magnum ex damasco coccineo super altare maius cum suis ornamentis exposui», cfr Il sinodo di Teodoro Fantoni, op. cit., 174;
Ho trovato soltanto un baldacchino sulla sede vescovile colorato a fantasia, e così non poteva esser cambiato seguendo i colori dei tempi liturgici secondo il rituale della santa Chiesa; per questo ne feci fabbricare uno di damasco bianco per le feste più solenni e un secondo violaceo, pure di damasco, per quaresima ed avvento. Altre due serie complete di paramenti sacri dello stesso tessuto ordinai di fare, cioè pianete e dalmatica, il bianco e il violaceo. Feci ancora cinque piviali bianchi, uno rosso e uno violaceo, come pure molte pianete per le messe conventuali di diversi colori, non solo come si addice alla maggior gloria di Dio. Infine coprii l’altare maggiore con un grande baldacchino rosso porpora con tutte le sue rifiniture.
In un primo tempo aveva creato dunque il baldacchino per l’altare del SS.mo Sacramento nell’altare della navata laterale, poi si occupò di quello che già al suo arrivo nel 1652 copriva la sede vescovile, di colore amorfo, fabbricandolo in due colori diversi, o meglio fabbricandone due a tinta unita.
Infine ne crea uno completamente nuovo per l’altar maggiore della navata maggiore, dove non era custodita l’Eucarestia, e non strettamente necessario.  Ma questa novità ed originalità del suo operato permette la similitudine con l’altare papale di S. Pietro, che è appunto maggiore e non predisposto per l’Eucarestia, e il baldacchino di Bernini, cui Fantoni dev’essersi ispirato.

La visita ad limina
Nella seconda visita ad limina, del 4 novembre 1659, Fantoni non si reca a Roma di persona, ma invia quale suo procuratore D. Fulvio Catalano, arcidiacono della cattedrale, poiché preferisce rimanere in diocesi ed offrir conforto alle popolazioni nel caso di probabili terremoti. Così si esprime lo stesso Fantoni:
«Non valens personaliter huic muneri satisfacere ex inopia, et propter imminentia terręmotus pericula, quibus, si casus accident (quod Deus avertat) necesse erit varijs spiritualibus, et temporalibus remedijs occurrere. Propterea mitto Fulvium Catalanum huius Cathedralis Archidiaconum, qui partes nostras in hoc casu suppleat, humiliter Sanctitatem Vestram exorando, ut dignetur ea, qua solet, oves suas, benignitate recipere, eum admittere; et Sanctitati Vestrę perpetuam pręcor fęlicitatem», cfr Il sinodo di Teodoro Fantoni, op. cit., 158 ;
Non potendo soddisfare personalmente a questo obbligo per mancanza di mezzi e a causa dei pericoli di probabili terremoti, caso mai si verificassero (Dio non voglia), sarà necessario apportare numerosi soccorsi spirituali e temporali. Pertanto invio Fulvio Catalano arcidiacono di questa cattedrale, che supplisca le nostre parti per questa volta, supplicando umilmente la Santità Vostra che si degni ammetterlo con quella benignità con cui è solito ricevere le sue pecorelle; ed impetro per Sua Santità perpetua felicità.

Interessante notare che Fulvio Catalano – e Fantoni stesso in altre occasioni – intende compiere la visita, recandosi ad ambedue le basiliche, la vaticana e la ostiense, com’è di norma, secondo i relativi diplomi rilasciati quali attestato, cioè il 24 ottobre 1659 in Vaticano e il 26 ottobre in S. Paolo all’Ostiense:
«Pro Illustrissimo […] Theodoro Fantone Episcopo S. Marci […] D. Fulvius Catalanus Archidiaconus […] personaliter visitavit» ASV. Congr. Concilio. Relat. Diœc. 488 A, f. 110 e 111, in cui si annota: Per l’illustrissimo Teodoro Fantoni vescovo di S. Marco [...] D. Fulvio Catalano adempì la visita di persona.
In questo caso osserviamo che molti viaggiatori dell’epoca, proprio nel descrivere la magnificenza del baldacchino di Bernini, mostrano una credenza diffusa all’epoca, che cioè la tomba della basilica vaticana non custodisse solo il corpo di Pietro, bensì la metà dei corpi di ambedue gli apostoli, di Paolo incluso. Giovanni Baglione nella sua opera del 1639 traccia in poche linee la descrizione del baldacchino di S. Pietro:
«Fermandosi poi nel mezo della gran Basilica, si vede l’altar maggiore di S. Pietro, et è di sontuoso Tempio opera sommamente degna; sotto del quale stanno poste le metà de corpi de’ SS. Pietro, e Paolo Protettori di questa gran Città», G. Baglione, Le nove chiese di Roma, Roma 1639, 36; per cui cfr Il sinodo di Teodoro Fantoni, op. cit., LI;
Altri, quale l’inglese Richard Lassels, riteneva che con “limina” si indicavano non le soglie esterne della basilica (duplicabili allora con quella di S. Paolo), ma solo i gradini sotterranei conducenti alla Confessione, al livello delle Grotte Vaticane. Se così fosse stato, per visitare i sacra limina sarebbe bastato pertanto recarsi alla sola basilica vaticana!
Ecco un inglese anglicano, anch’egli visitatore, che presenta una sua idea storico-archeoloco-teologica:
«On descend dans cette cave par deux escaliers qui ont environ douze degrez ; il y a deux demy-portes par où entrent ceux qui y vont officier ; & je croy que ces portes sont proprement ce que l’an doit appeler Limina Apostolorum. Je sçay bien que generalement parlant, c’est la creance commune que quand an parle de visiter Limina Apostolorum, à quoy les Evesques estoient autres-fais obligez, c’est de visiter l’Eglise de St-Pierre, & que plusieurs sçavant cluteury sont de ce sentiment, que Limina Apostolorum sont les degrez de l’entrée de la grande porte de l’Eglise de Saint Pierre. Toutesfois s’il m’est permis de dire icy ce que j’en pense, je croiray volontiers qu’à proprement parler, Limina Apostolorum sont les degrez qui conduisent à cette cave, parce que j’y trouvay ces mesmes paroles en lettres d’or», cfr Il sinodo di Teodoro Fantoni, op. cit., LI-LII;
Si scende in questo sotterraneo attraverso due scale che hanno circa dodici gradini : vi sono due mezze-porte attraverso le quali entrano coloro che devono celebrare; e io credo che queste porte sono da identificare in senso stretto con ciò che si chiama Limina apostolorum. So benissimo che in generale è credenza comune che quando si dice di visitare i Limina apostolorum, a cui i vescovi erano un tempo obbligati, significa visitare la chiesa di S. Pietro e che molti studiosi son di questa idea, cioè che i Limina apostolorum siano i gradini dell’ingresso della grande porta della chiesa di S. Pietro. Tuttavia se mi è permesso di dire qui ciò che io penso, crederei volentieri che propriamente intesi i Limina apostolorum sono i gradini che conducono a questo sotterraneo, poiché vi ho trovato queste parole in caratteri d’oro.
   Una  traditio comunemente affermata, alla quale questi autori attingono, senza che il rischio di anacronismi possa inficiarne il ragionamento. Vernerey, con deduzione a ritroso, parte dal concetto che nella basilica costantiniana di S. Pietro vi era (non vi fosse!) memoria del tempio di Gerusalemme e aveva cento colonne, ergo anche il tempio salomonico doveva avere un ugual numero di colonne.
Con tali presupposti, la presenza di ambedue gli apostoli, sia pure con metà del corpo e dei gradini che conducono nel sottosuolo con senso di limina, bastava visitare la sola basilica vaticana.
Il tempio di Salomone
D’altra parte - relativamente alla letteratura di questo XVII secolo - giova notare due casi di curioso fondamentalismo. Il primo riguarda la già citata ode di I. G. Vernerey in onore di Urbano VIII, ispiratore, mecenate e committente del baldacchino, il secondo è di un visitatore inglese, J. Evelyn, che visita S. Pietro nel 1644.
Secondo Vernerey il tempio di Gerusalemme costruito da Salomone, apostrofato come “potens sobŏles davidica” (6,24), era costituito da ben cento colonne “centum dedit columnas” (6,23), ma che nel loro insieme sarebbero comunque meno importanti di queste sole quattro del baldacchino berniniano, I. G. Vernerey, Urbano VIII Pontifici Optimo, op. cit., 6.
Su tale presupposto, si riteneva che anche l’antica basilica di S. Pietro avesse cento colonne, poiché si affermava che per costruire la basilica costantiniana fossero state utilizzate anche le colonne (o semplicemente alcune) del tempio di Gerusalemme. Tesi diffusa e suffragata fra l’altro dalla descrizione della basilica di S. Pietro da parte di P. Duval, il quale nel 1660 pubblica a Parigi Le voyage  et la description d’Italie:
«Cent belles colomnes y on esté transportées d’Asie & d’Afrique par les anciennes Empereurs ; 12 colomnes de marbre blanc & autres richesses prises dans le Temple de Salomon par Vespasien, ont pareillement esté mise en cette Eglise», cfr Il sinodo di Teodoro Fantoni, op. cit., 125 ;
Cento belle colonne vi sono state trasportate dall’Asia e dall’Africa da parte degli antichi imperatori ; dodici di marmo bianco e altre ricchezze prelevate da Vespasiano nel tempio di Salomone, sono state ugualmente sistemate in questa chiesa.
Il secondo caso riguarda un autore inglese, J. Evelyn, il quale, visitando la basilica di S. Pietro il 19 novembre 1644, rileva come essa sia l’edificio più grande mai costruito al mondo e forse in ogni tempo, escluso ovviamente - beata ingenuitas! –il tempio di Gerusalemme, esattamente quello salomonico:
“I visited St. Peter’s, that most stupendious and incomparable Basilicum (sic), far surpassing any now extant in the world, and perhaps, Solomon’s temple, excepted, any that was ever built”. J. Evelyn, Diary of Iohn Evelyn, I, London 1879, 138-139;
Ne è profondamente convinto: nessuna costruzione potrebbe mai superare la grandezza salomonica, ovviamente per il fatto che era tanto glorificata nella tradizione biblica.
Una semplice considerazione. Salomone, morto nel 931, aveva portato a compimento l’opera iniziata da suo padre Davide, ma realizzandola prevalentemente in legno, più precisamente servendosi di cedri provenienti dal Libano. A tale scopo aveva stipulato con i Fenici della costa mediterranea contratti commerciali di baratto, sia quanto a forniture di materiali, che a maestranze nella direzione dei lavori.
Il dettagliato racconto di questi accordi con il re Hiram è in 1 Re 4,5-11. La descrizione del tempio, iniziato nel 480° anno dall’uscita dalle’Egitto, comprende le dimensioni e si estende alle sue rifiniture in bronzo e all’arredamento liturgico in materiale prezioso, per concludersi con la sua consacrazione 1 Re 6,1-8,66.
Questo tempio era però stato distrutto dai neobabilonesi nel 587, quando Nabucodonosor sconfisse gli assediati di Gerusalemme e ne deportò a Babilonia la popolazione.
Del secondo tempio, ricostruito dopo la liberazione persiana del 538, secondo l’ordine di Ciro II cfr Esdra 5,13-6,17 e descritto in Ezechiele  41,1-26 nelle sue precise dimensioni, si può dire che fu di transizione, poiché sostituito da un successivo.
Il tempio da cui gli imperatori, et quidem Costantino, avrebbero potuto prelevare qualche colonna sarebbe dunque il terzo, cioè quello costruito da Erode il Grande che regnò dal 40 al 4 a. C. I Giudei ricordano che erano occorsi 46 anni per metter su ciò ch’egli presumeva di riedificare in tre giorni (Gv 2,20).  D’altronde non era stato nemmeno terminato, ma nel 70 d. C. vien distrutto da Vespasiano.
Nell’arco trionfale di Tito è vistosamente riprodotto il bottinaggio del candelabro d’oro, ma in questo caso si trattava di materiale prezioso e non di marmi. 
 La presenza di colonne del tempio di Gerusalemme - e di quale tempio - nella basilica petrina di Roma va giustificata diversamente.

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